Non c'è mai un momento giusto per parlare di una stella, perchè il momento giusto sarebbe sempre. Da tempo noi della redazione di Slam parlavamo di pubblicare anche qui alcuni articoli scritti per il vecchio Slam sulle leggende del basket. Oggi, alla luce delle dichiarazioni fatte da Kareem Abdul-Jabbar sulla sua malattia, ci sembra il momento perfetto. Non certo per commemorare (tocchiamo tutto il toccabile...) ma per rendere il giusto merito a questa grande stella e sperare insieme a lui ripercorrendo le sue imprese. Forza Kareem!Red Auerbach, indimenticato coach dei Celtics di Russel e Cousy, vincitori di ben 13 titoli NBA, disse una volta che “il suo gancio-cielo è stato uno dei movimenti offensivi più importanti di ogni tempo”. Coloro i quali s'interessano di basket, anche in maniera non approfondita, sanno cos’è il gancio cielo e chi era l’interprete di questo gesto che ha tanto segnato la storia del basket secondo uno dei massimi esperti mondiali. Grandissima parte dei 49737 punti segnati nella sua carriera sono frutto di sky hook, per dirla all’inglese. Stiamo parlando, ovviamente di Kareem Abdul-Jabbar, l’occhialuto centro dei Lakers, interprete, insieme a Magic Johnson, di quell’era NBA che passò alla storia come l’era dello “Show Time” Lakers.
Ma parlare di Jabbar solo in riferimento alla sua importanza nel sistema di L.A. (che per altro portò alla vincita di 5 anelli) sarebbe riduttivo. Come riduttivo sarebbe parlare solo del suo fenomenale gancio. Lo sky hook è certamente il tratto caratteristico del gioco di Jabbar, il fondamentale tecnico che più lo ha differenziato dagli altri centri della sua era. Il più importante, ma non l’unico. Wes Unseld, Bill Russell, e Wilt Chamberlain sono gli altri 3 centri storici che giocarono più o meno nello stesso periodo di Kareem. Mentre essi puntavano molto sulla forza fisica, l’elevazione e la potenza vicino canestro, Jabbar prese una strada differente, perfezionando i suoi fondamentali tecnici, diventando estremamente agile, veloce e stilisticamente pulito, sopraffino. Non avendo la possanza fisica dei primi tre, questa si dimostrò la scelta più adeguata, ma soprattutto quella che gli garantì un successo smisurato, oltre ogni paragone. La dimostrazione viene proprio dai gloriosissimi anni a Los Angeles. Il gioco veloce e dinamico che Riley e Magic imponevano alla squadra non avrebbe avuto il clamoroso successo che conosciamo senza un centro agile, mobile, veloce, abile nella stoppata e cestisticamente molto più intelligente della media. Senza Jabbar insomma.
Oltre ad essere il vero e proprio pilastro di una squadra storica come i Lakers dello Showtime, recordman mondiale per punti segnati in carriera e clamoroso interprete del gancio, Jabbar suscita un immenso fascino soprattutto per le sue statistiche.
Cito un assioma della pallacanestro che il grande Dan Peterson rivelò più o meno in questi termini alcuni anni fa: “Esistono piccole bugie, bugie normali, grandi bugie, enormi bugie e poi esistono le statistiche”. Credo fermamente nell’insulsità delle statistiche e sulla impossibilità di dare un giudizio di valore ad un giocatore in base a delle percentuali. Alla luce di ciò, perché le statistiche di Jabbar dovrebbero stupire più di tanto? Si, sono un ammasso pantagruelico di punti, rimbalzi, stoppate e quant’altro difficilmente paragonabile ad altre leggende NBA. Ciò nonostante la chiave di lettura dell’eccezionalità delle statistiche di Jabbar, l’unica che rende il lavoro di quei poveri statistici utile, è quella della contestualizzazione nella storia NBA della carriera di Jabbar. La permanenza NBA di Kareem attraversa un ventennio (1969 – 1989) di eccelso basket NBA, che ha visto sulla scena americana la ribalta e la decadenza di tantissimi campioni, tutti di importanza capitale: Oscar Roberston, Wilt Chamberlain,Bill Walton, Bob Lanier, Bob McAdoo, Elgin Baylor, Jerry West, Dave DeBusschere, Walt Frazier, Willis Reed, Ralph Sampson, Isiah Thomas, Dominique Wilkins, Kevin McHale, Bob Parish, Pete Maravich, Magic Johnson, Larry Bird, Micheal Jordan, Julius Erving, Stockton & Malone, Charles Barkley solo per citare i più celebri. Da capogiro. E Jabbar li ha messi in riga tutti.
In un’era di basket stellare, irripetibile per quantità e qualità di campioni veri, di vincenti che l’hanno attraversata Kareem Abdul-Jabbar ha dimostrato di non essere solo una macchina da canestri, ma un vincente egli stesso, un gigante tra giganti, una leggenda vivente per tutti. Anzi, Jabbar, a merito, può essere dichiarato il Vincente per eccellenza. Qualunque riconoscimento personale, qualunque premio di squadra, qualunque leadership statistica è presente sul suo smisurato palmares: 6 MVP NBA, Rookie of the Year 1969, 7 volte MVP delle Finals, MOP NCAA per tre anni consecutivi, incontrastato campione dei tornei tra high school di New York. Ma sopra ogni cosa, compaiono i magnifici 6 titoli NBA vinti e i 3 tornei NCAA conquistati con UCLA prima dell’era Knight. Per rubare un’altre celebre citazione ad un grande del basket, Sasha Danilovic, Jabbar ha “vinto tutto almeno un paio di volte” . Ed eccole finalmente le statistiche di uno che in 20 anni ha giocato contro tutti i più grandi, e ha vinto: in 1560 partite NBA ha collezionato 17440 rimbalzi (11 abbondanti a match) , 3189 stoppate (2.5 a partita!!!) e 38387 punti (24,6/partita) , solo per citare le statistiche delle quali occupa una delle prime tre posizioni all time.
Come ho scritto in precedenza, sarebbe riduttivo parlare della carriera di Jabbar solo in termini statistici o in riferimento alle sue caratteristiche fondamentali, quelle che lo hanno cristallizzato come un grandissimo del basket. Proprio perché cristallizzate, queste caratteristiche non possono rendere a pieno l’idea di quanto stupefacente sia stata in realtà la carriera di Jabbar.
Nato e cresciuto a NY, Lew Alcindor (questo era il suo nome prima della conversione all’Islam) non poteva certo esimersi dal giocare a pallacanestro, vista la sua altezza fuori dalla norma. Come tante altre stelle del passato e del presente, Alcindor è stato forgiato all’inizio dal duro asfalto dei playground newyorkesi. Nel più famoso di questi, il mitico Rucker Park, giorno dopo giorno, costruiva le basi della sua futura leggenda, giocando contro mostri sacri della pallacanestro che frequentavano il Rucker. Primo fra tutti Earl “the Goat” Manigault.
I suoi mezzi atletici andavano oltre ogni possibilità di qualunque coetaneo newyorkese. Ciò gli permise di conquistare il durissimo e selettivo torneo cittadino.
Nonostante Alcindor fosse affascinato dalle sirene NBA che lo volevano direttamente al “piano di sopra”, Lew seguì i consigli del padre e decise che fosse meglio un bel quadriennio di NCAA, a UCLA, per migliorare la tecnica e il curriculum. Questa fu la decisione chiave della carriera non solo sportiva, ma anche umana di Jabbar. Il torneo NCAA, notevolmente più duro e impegnativo, costrinse il pur talentuoso centro ad uno sforzo di miglioramento tecnico importante, in considerazione anche del regolamento universitario, che proibiva le schiacciate. Spogliato della sua arma principale fin a quel momento, e non abbastanza forte fisicamente da imporre un gioco duro sotto le plance, Jabbar scelse, come detto in precedenza, la via della tecnica e dell’agilità. I frutti li conosciamo tutti…Ma l’università fu fondamentale anche nel percorso interiore del nostro campione: fu in questi anni che maturò in lui una profonda crisi spirituale, segno di estrema maturità ed intelligenza, che lo portò ad avvicinarsi all’Islamismo. Nonostante i genitori, ferventi cattolici, fossero contrari, la decisione presa da loro figlio fu definitiva: nel 1971 Lew Alcindor si convertì cambiando il suo nome nel celeberrimo Kareem Abdul-Jabbar.
Dopo i gloriosi anni a UCLA, che portò alla vittoria di 3 titoli NCAA e alla fenomenale striscia di 71 vittorie consecutive, approdò finalmente in NBA, il suo habitat, la naturale conseguenza per un talento tanto puro. Venne draftato come prima scelta assoluta ( ovviamente…) dai Bucks nel ‘69. A Milwaukee Kareem trovò uno dei pochi giocatori capaci di fare meglio di lui all’università, una leggenda già affermata e purtroppo in declino, ma in ogni caso una leggenda: Oscar Robertson. Con il connubio tra la prima vera big guard della storia NBA e il futuro miglior centro della lega, il mondo ebbe un primo, gustosissimo assaggio di quello che Jabbar avrebbe fatto vedere in futuro: dopo soli 3 anni NBA, nel 1971, Kareem regalò a Roberston, nella sua ultima stagione NBA, l’unico riconoscimento che mancava al palmares della leggenda: un titolo NBA.
Perché un assaggio? Perché un altro connubio perfetto si stava per creare, questa volta a Los Angeles: Jabbar passò dalla città di Fonzie a quella degli Angeli, e lì trovò la seconda big guard vera che il mondo cestistico avesse mai ammirato: Earvin Johnson, che portava già sulle spalle il mitico soprannome di Magic, guadagnato a suon di punti e assist in una carriera giovanile fantastica, che lo aveva visto pochi mesi prima della scelta di L.A. vincitore di un titolo NCAA contro Larry Bird.
Kareem + Magic = Show Time. E Show Time fu. Il circo itinerante dei Lakers poggiava sulla colonna Jabbar, solido e spettacolare, freddo ed entusiasmante allo stesso tempo.
Un altro stupefacente aspetto della sua carriera fu la durata della stessa. Jabbar si ritirò infatti nel 1989, dopo ben venti stagioni NBA a livelli galattici. Il segreto di tale longevità cestistica sta ancora una volta nel gancio cielo. A differenza della maggior parte dei centri del tempo, Jabbar era decisamente micidiale non solo sotto i tabelloni, ma anche ad una certa distanza, o in posizioni del campo che implicano una angolatura col canestro elevata, inutile per la maggior parte dei giocatori. Questo gli permise di evitare gladiatorie battaglie sotto il canestro degli avversari, dimezzando la possibilità di colpi o infortuni. Ciò può sembrare scarsamente importante, ma in ultima analisi non lo è stato affatto. Tristi sono gli esempi di giocatori fenomenali del calibro di Olajuwon, Hill, Iverson che hanno pagato o stanno pagando duramente le loro attitudini offensive.
Una chiave di lettura della carriera di Jabbar potrebbe essere l’importanza del suo gancio cielo, un’altra l’importanza dei campioni che lo hanno affiancato, oppure la relazione con i campioni che ha affrontato. Tuttavia, da qualunque punto di vista si volesse analizzare la carriera di Jabbar, la conclusione sarebbe sempre la stessa: una carriera perfetta.
Quando un ragazzo, solo con la sua palla e il suo canestro, gioca ad essere un campione, crea attorno a sé un mondo fatto di imprese impossibili, tiri mozzafiato, folle in delirio, vittorie storiche. Vive un attimo di una ideale “carriera perfetta”. Sicuramente anche voi come me avete vissuto un sogno così.
Ha dominato tutti in qualunque situazione, a qualunque livello. Al Rucker, nell’high school, al college, nell’NBA. Quando un bambino sogna di diventare un giocatore di basket (e se state leggendo questo articolo probabilmente lo avete sognato anche voi, come il sottoscritto del resto), sogna di essere il più grande di tutti, imbattibile, spettacolare, vincente.
Quando un bambino sogna di diventare un giocatore di basket, fondamentalmente sogna una carriera perfetta come quella di Kareem Abdul-Jabbar.
31 Mar 2007 by Kaprone
- Disegni di Daniela Di Stolfo e Graziella Merante -






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