E' finita.Canestro di Jofresa.
E' finita.
70-68 e il favoritissimo Badalona di Lolo Sainz è Campione d'Europa.
Ne sono certi i 12mila dell'Abdi Ipekci Arena. Ma ne sono convinti anche i protagonisti in campo. Tutti. Tranne uno.
Si chiama Aleksandar Djordjevic e in Europa è già un nome: tre anni prima ha trascinato il Partizan alla vittoria della terza Coppa Korac della sua storia e sette mesi prima era uno degli attori principali di quella Jugoslavia, probabilmente la più forte della Storia, che ha violentato l'Europeo del PalaLottomatica.
Mancano una manciata di secondi alla fine quando riceve il passaggio sul lato destro appena fuori dall'arco dei 6.25. Parte, si mangia i metri di campo che lo separano dall'altra area. Sono quindici, ma avrebbero potuto anche essere trenta o sessanta: in quell'istante anche lo spazio gli si sarebbe inchinato. Si ferma in un fazzoletto, da cento a zero in un battito di ciglia, salta per scoccare il dardo, un arresto e tiro come solo quelli che si insegnavano alla scuola jugoslava. Il rilascio è fulmineo, la parabola perfetta, la biglia squarcia la retina. Sono tre punti. Sono 70-71. Il Partizan è Campione d'Europa per la prima volta nella sua Storia. Non è una semplice vittoria. E' la favola di una squadra, costretta dall'infame guerra jugoslava a giocare tutte le partite in trasferta, che riesce a trionfare grazie ad un duo di under-25 che farà parlare di sè per lunghi anni e ad un manipolo di brutti, sporchi e cattivi con un cuore immenso e una voglia di rivalsa ai confini dell'incommensurabilità. Una vittoria così lontana dall'allora recentissimo trittico della sublime Jugoplastika di Perasovic, Kukoc, Tabak e Radja e che, anche nell'infinitesimo universo della pallacanestro, esprime una frattura ormai insanabile tra due culture che ormai da tempo avevano gettato anche l'ultimo simulacro di ramoscello d'ulivo, per impugnare il brando della guerra. Sasha ha la fortuna, a differenza di tanti altri suoi innocenti connazionali, di poter scappare da una terra ormai in fiamme, continuando a fare il mestiere più bello del mondo.
Va a Milano da coach D'Antoni, dove rimane per due stagioni in una squadra non eccezionale (due eliminazioni nei quarti), nonostante il suo rendimento sia sempre a livelli stellari. L'Emiro Giorgio Seragnoli lo vede segnargli in faccia 50 punti in due partite, trovando anche il tempo di far felici i suoi compagni di squadra, e se ne innamora. Sono gli anni in cui Bologna spadroneggia in Italia ed inizia, o ri-inizia nel caso della Virtus, la scalata al gotha europeo. I migliori giocatori europei molto spesso finiscono sotto le Due Torri e Sale, come presto verrà chiamato dagli innamoratissimi supporters biancoblu, è insieme ad Esposito uno dei grandi colpi dell'Era seragnoliana. La prima stagione insieme al Diablo è travolgente. I due non hanno bisogno di parole, in campo dialogano con la classe cristallina che contraddistingue i campioni. Di successo in successo, il 4 marzo del '95 l'Evento: sotto i colpi del dinamico duo casertano-belgradese che ne segna 52 dei complessivi 84, le odiatissime Vu Nere vengono piegate . Non succedeva dai tempi in cui nella Fortitudo giocava George Bucci...
L'estate è quella dell'Europeo di Atene, il primo giocato dalla cosiddetta Jugoslavia (Serbia e Montenegro in realtà) dopo la dissoluzione della SFRJ. L'avversario designato più che la Grecia padrona di casa, che attraversante la fase di transizione tra le due generazioni di fenomeni rappresentate da Galis e Giannakis da una parte e da Papaloukas e Diamantidis dall'altra, è la Lituania di Chomicius, Marciulonis, Kurtinaitis, Stombergas, Karnisovas, Sabonis e Zukauskas. L'andamento dell'Europeo tiene fede alle aspettative della vigilia. La finale è proprio Jugoslavia-Lituania, partita stupenda con gli allenatori che giocano a scacchi dall'inizio alla fine della disfida. Vince la Jugoslavia ed è festa grande per un popolo costretto da anni a vivere sotto il tiro costante del macellaio croato Ante Gotovina e dei suoi sodali.
L'anno successivo è quello che getta le basi per le 10 finali in 11 anni: via Esposito, meravigliosa farfalla vittima della propria fragilità, e dentro Myers, la più forte guardia tiratrice della piccola Storia cestistica italiana. Se possibile Sale con lui si trova ancor meglio che con Vincenzino. Dj è vicino all'apice della sua carriera, la doppia cifra, con gli exploit di Varese (48) e Pesaro (47), è assicurata ancora prima di allacciare le scarpe. Il PalaDozza è un fortino inespugnabile (una sola sconfitta, di un punto, contro una delle tante fantastiche Viola di Tonino Zorzi), le vittorie arrivano a grappoli, alla fine saranno 19 in 26 incontri che conducono i bolognesi alla seconda fase. La Fortitudo stenta e alla quinta giornata della seconda fase sembra sul punto di fare la figura della mucca di Erzegovina, quella che dà il calcio al secchio del latte appena munto. L'appuntamento che può dare ai biancoblu l'accesso ai playoff è contro la Milano di Bergamaschi. Myers marca visita e Sasha sale in cabina di regia, regala cioccolatini ad uno straripante Frosini, si mette in proprio e ne imbuca 14. La Fortitudo vince e va agli ottavi dove al primo turno si sbarazza con facilità di Pesaro. In semifinale, la prima semifinale della storia biancoblu, l'avversario è da far tremare i polsi: la Benetton di D'Antoni, quella stessa Benetton che negli ultimi quattro anni ha vinto uno scudetto ed è arrivata due volte in semifinale. Ancora una volta è Sale a scacciare le paure e caricarsi la squadra sulle spalle: sono 31 alla prima, 28 alla terza e 18 alla quinta, dove uno straripante Myers stravince per la prima volta nella serie il duello con Henry Williams. E' finale contro la corazzata Stefanel che in guardia, ebbene sì in guardia, schiera un giovanottone che, eufemismo, pare promettere bene: Dejan Bodiroga. I bolognesi partono a razzo e tra le mura amiche conquistano il primo successo, che purtroppo rimane l'unico. Il quattro volte All Star NBA Rolando Blackman, più di tutti gli altri, è al di fuori della portata dei pur volonterosi pariruolo fortitudini. Milano diventa così Campione d'Italia per la venticinquesima volta.
L'Olimpiade di Atlanta è quella del Centenario e gli USA non perdono l'occasione di schierare il Dream Team volume Secondo. Non ha il fascino del primo, non ci sono i tre più forti giocatori di tutti i tempi e sono diminuite pure le squadre che chiedono autografi prima di giocare contro i fenomeni a stelle e strisce. I reduci della prima squadre dei sogni sono Charles Barkley, David Robinson, Scottie Pippen, Karl Malone e John Stockton.
Gary Payton, Penny Hardaway, Mitch Richmond, Reggie Miller, Grant Hill, Hakeem Olajuwon e Shaquille O'Neal sostituiscono Magic Johnson, Clyde Drexler, Michael Jordan, Larry Bird, Christian Laettner, Chris Mullin e Patrick Ewing. La Jugoslavia ovviamente perde la finale ma non sfigura, anzi ha pure qualcosina da recriminare per un Danilovic non al 100%, contro i campioni NBA, andando così a stravincere l'Olimpiade degli umani con un Dj che è, come al solito, uno dei suoi protagonisti principali. La contesa giocata ad armi pari contro gli americani alimenta il fuoco della sfida che da qualche tempo lo pervade. Sasha si sente pronto a fare il grande passo, attraversare l'Atlantico e provare l'avventura americana. L'amico Predrag Danilovic, draftato nel 1992 dai Golden State Warriors che poi avevano ceduto i diritti ai Miami Heat, ha provato la carta NBA con risultati incoraggianti (più di 13 punti con quasi il 44% da tre) e lui conosce già l'ambiente a stelle e strisce per via di una esperienza che aveva avuto con la maglia di Boston ai tempi del Partizan, quindi perchè non provarci? I Portland Trail Blazers si fanno avanti e il serbo non ha il minimo dubbio nell'autografare il contratto. Nonostante le premesse, i tempi non sono ancora maturi per playmaker col suo fisichino condito da doti atletiche risibili e il rapporto con PJ Carlesimo, coach ottuso e di retroguardia, nonchè ostile ai giocatori provenienti dal Vecchio Continente, è a dir poco difficile. Gioca 61 minuti complessivi in 29 partite e a dicembre abbandona la truppa. E' il primo e unico vero fallimento della sua carriera.Il ritorno in Europa è cosa scontata, il Barcellona fa carte false per portarlo sulle Ramblas e Dj completa il trittico dei campionati più importanti del Vecchio Continente giocando anche in quello spagnolo. Sarà l'oretta di basket che ha nelle gambe o la voglia di rivincita nei confronti di un mondo che non l'ha capito, sta di fatto che si carica la squadra sulle spalle e la trascina prima alla finale di Eurolega, dove con l'ausilio di un magnifico David Rivers dà vita ad una gustosissima sfida nella sfida, e poi alla conquista del titolo nazionale, battendo il Real Madrid in una finale al calor bianco. Sasha è ritornato, ma c'è qualcosa che lo ancora nel consesso dei grandissimi, separandolo dal novero degli immortali: un grande successo da protagonista assoluto con la maglia della sua Nazionale.
La competizione continentale che si disputa, guardacaso, proprio nella città di Montalban, cade a fagiuolo. Domina l'Europeo e lo fa dominare alla sua nazionale (la Jugo perderà una sola partita, contro l'Italia, che poi terrà sotto i 50 punti nella finale per il primo posto) e soprattutto, come ciliegina sulla torta, anche se sarebbe meglio dire anguria, batte l'odiatissima Croazia con un tiro-fotocopia di quello che gli ha permesso di strappare l'Eurolega dalle mani di Jofresa e Sainz. Canestro avversario, 62-61, palla ricevuta sul lato destro appena fuori dall'arco dei 6.25 e via verso i tre punti. La gioia, che non è ovviamente solo quella legata all'evento sportivo, è infinita, forse addirittura superiore a quella di cinque anni prima, nessuno capisce più niente, tutti corrono ad abbracciarlo: Sale is back.La stagione successiva è anno di vacche magre, rese ancora più esili da uno degli scudetti più incredibili della storia cestistica mondiale: la sfigatissima compagine catalana del Manresa, club fin lì famoso giusto per aver avuto tra le sue fila un George Gervin all'ultimo capitolo del suo svernamento europeo, distrugge la primissima edizione del Saski Baskonia wannabe champions, laureandosi campione di Spagna. Come se non bastasse i ragazzi di Aito vengono sbattuti fuori dai playoff dall'altra catalana (Badalona) e le Final Four che si disputano proprio a Barcellona non vedono la presenza della storica formazione blaugrana. Ce n'è abbastanza: la stagione successiva, 1998-1999, non vede una squadra, ma una schiacciasassi. Dopo la vittoria della Korac e qualche inaspettata sconfitta in campionato, il Barça ingrana la quinta e domina i playoff. Non c'è una sola partita combattuta e l'undicesimo titolo diventa una pura formalità. Nonostante il titolo di MVP venga assegnato a Derrick Alston, nessuno si sogna di mettere in dubbio che il principale protagonista di quella magnifica cavalcata sia il signor Aleksandar Djordjevic che ormai di umano ha solo le sembianze.
Le merengues accusano il colpo e i playoff in modalità panzer dei blaugrana sono la ciliegina sulla torta di cinque anni d'astinenza coincidenti con altrettanti scudetti finiti nell'odiatissima terra catalana. La dirigenza Sanz è in dirittura d'arrivo e il presidentissimo Lorenzo tenta il colpo di coda per assicurarsi i voti della sezione cestistica: Sasha diventa un blanco. L'intesa con Scariolo è immediata anche se la squadra è forte, ma non al livello dei blugranata di Aito. La stagione regolare e i playoff sono al livello delle aspettative e la finale con il Barcellona sembra segnata. Come tante altre volte Dj ribalta il corso degli eventi e trascina il Real alla vittoria di gara-5 in quel PalaBlaugrana che l'ha adorato per tre stagioni. Le restanti stagioni sono quelle dell'avvento di Florentino Perez, dei Galacticos nel calcio e della smobilitazione della sezione basket (addirittura un decimo posto con conseguente non ammissione ai playoff), che ritornerà a vincere qualcosa solo cinque anni dopo con Bozidar Maljkovic a comandare le operazioni in panchina e Louis Bullock a dirigere quelle in campo. Sasha fa quel che può e la stagione successiva riesce addirittura a riportare il Real in finale, dove il Barcellona lo liquida con facilità per 3-0.
Nel 2003 ritorna in Italia, alla Scavolini di Amadio. I quindici anni di basket ad altissimi livelli si fanno sentire: è più fasciato di una mummia egizia e ha tutori in ogni articolazione, ma dalle mani esce sempre e solo poesia che trasfonde nelle mani del fenomeno che si trova accanto in posizione di shooting guard e che da queste viene trasfuso con altrettanta poesia. La stagione è esaltante e ci sono mesi (novembre, gennaio, febbraio-marzo) in cui lo schedule marchigiano conosce solo la lettera W. La Pesaro cestistica è innamorata di quei due fenomeni che, pur non avendo mai giocato assieme in vita loro, sembra siano cresciuti gomito a gomito. E' la lingua del talento, quello innato e selvaggio, che li fa comunicare così bene, proprio come dieci anni prima succedeva con Vincenzino Esposito. In un crescendo di esaltazione individuale (Ford chiuderà a più di 23 punti di media) e collettiva arrivano la finale di Coppa Italia (persa contro la Benetton di Edney e Garbajosa, Evans e Bulleri) e le semifinali playoff contro quella Siena che farà percorso netto nei playoff e che di lì a 10 giorni sarà incoronata Campione d'Italia. La Scavolini non ci sta e, pur sfinita da una stagione logorante, vende cara la pelle, soprattutto in gara-2, dove Foffo ne mette 27, annichilendo ogni difensore che Recalcati gli mette di fronte. A Pesaro è comunque festa grande. L'Eurolega ritorna nelle Marche.
Sasha ha già fatto capire che la prossima sarà l'ultima stagione in cui indosserà canotta e calzoncini, la stagione del ringraziamento alla gente di Pesaro e del commiato dal basket giocato. Sembra tutto perfetto, fino a che, ad una manciata di settimane dall'inizio del campionato, una lettera dal Tennessee sconvolge tutta la tifoseria Vuelle: Alphonso Ford non giocherà la prossima stagione. Le voci che si rincorrevano da giorni trovano una drammatica conferma e Fonzie lascerà questo mondo qualche giorno dopo. Arriva Charles Smith a sostituirlo, la stagione inizia anche bene, con il prestigioso scalpo romano della seconda di campionato, dove nella sfida tra due dei playmaker più forti degli ultimi anni, Sasha ridicolizza Edney. Ma niente è più come prima, la ferita è troppo fresca. Soprattutto per Dj che, complice anche un fastidioso infortunio che lo tiene fuori quattro mesi, sembra sul punto di smettere. Qualche chilometro più a nord c'è però una squadra che l'estate prima stava fallendo, che deve la sua salvezza ad un imprenditore che ha fatto dell'eleganza un marchio, che sta disputando una stagione al di sopra di tutte le aspettative. Tenacia, stile, sorpresa: i tre ingredienti che hanno contraddistinto tutta la carriera di Sasha.
Milano dopo uno stordente 15-3, è qualche giornata che fatica e Dj è l'uomo che riattiva il motore meneghino che iniziava a stentare. I biancorossi finiscono la regular season in quarta posizione e nel primo turno di playoff liquidano con relativa facilità i cugini canturini. La semifinale si preannuncia come uno scontatissimo 3-0 trevigiano e infatti i ragazzi di Messina chiudono gara-1 già alla sirena del terzo quarto. Gara-2 è tutta di marca milanese: difesa e un Joseph Blair che per l'occasione si è fatto prestare i superpoteri da Shaq. Sembra una vittoria estemporanea, anche perchè il massacro di gara-3 non ha nulla da invidiare a quello di una settimana prima. Si ritorna a Milano, con Treviso tutta protesa a capitalizzare il match-ball e questa volta è Jerry McCullough, tornato quello di Cantù, che ricaccia nella gola dei biancoverdi la pallina del 3-1. Insomma, Blair, McCullough protagonisti con Calabria e Singleton che non sfigurano. E Dj? Eh, Dj...è finito ormai. Gran giocatore, per carità, ma gli anni passano per tutti e per lui sono quasi 38. Se ne sono convinti tutti quelli che affollano il Forum e il Palaverde. Proprio come 13 anni prima gli spettatori dell' Abdi Ipekci Arena. La gara-5 di Sasha è eccezionale e, contro tutto e tutti, riporta Milano in quella finale che le mancava da otto stagioni.La prima partita contro la Fortitudo di Repesa infonde fiducia tra i supporters biancorossi perchè, nonostante la sconfitta, i milanesi sembrano esserci e lo dimostrano in gara-2, dove un Sasha da 11 punti e 3 assist in 10 minuti dà "il la" al pareggio della serie. Gara-3 è un'altra gara combattutissima ed è una nuova vittoria casalinga dei fortitudini. Gara-4 rischia di essere il canto del cigno della straordinaria stagione biancorossa e dell'ancora più straordinaria carriera del ragazzo di Belgrado. Il Forum è un effluvio di maglie biancorosse col numero 19, ad iniziare dal suo datore di lavoro. Sasha si emoziona ma non lo dà a vedere: si carica per l'ultima volta la squadra sulle spalle, ne mette 17 in 19 minuti. In una fiaba ci sarebbe una gara-5, magari vinta con un tiro da tre allo scadere a suggello di una carriera che finisce come è iniziata. Ma nelle fiabe esiste anche l'uomo nero, magari amante di animali che ad altri ripugnano alla sola vista. Anche nelle fiabe esiste Ruben Douglas e allora il destino che tante volte Sasha ha saputo piegare ai suoi voleri, per una volta non cambia rotta e rimane fermo, immobile. Il serpentaro infila quella diabolica parabola da 9 metri e, dopo gli interminabili secondi della verifica dell'Instant Replay, Paternicò convalida il canestro. E' finito tutto. Partita, campionato e carriera.
Dopo la parentesi da allenatore dell'Olimpia (impreziosita anche da un secondo posto in classifica), l'abbiamo rivisto, in compagnia del guerriero "Black Nino" Pellacani, un mese e mezzo fa alla prima in casa della sua amata Fortitudo. La zazzera corvina che l'aveva fatto conoscere a tutta Europa è ormai un lontanissimo ricordo, di quelli che si perdono nella notte dei tempi e anche il fisico, orlato da almeno una decina di chili di sovrabbondanza, non è più quello del giovanotto del Partizan. Ma l'entusiasmo con cui è stato accolto, un autentico boato, ha fatto capire per l'ennesima volta quanto quest'uomo abbia saputo farsi amare in ogni piazza che gli abbia messo a disposizione un ventotto per quindici per dimostrare al mondo come si gioca a pallacanestro.






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