
Prosegue il rapporto sullo stato delle cose nell'NBA; con un coast-to-coast nella migliore tradizione americana ci spostiamo a Ovest, proprio di fronte al Pacifico, dove i Lakers contendono ai Cavs il miglior record assoluto.
Il nuovo arrivato Artest non ha ancora dato il meglio di sé e la coppia Bynum-Gasol convince così poco da animare voci di mercato, ma il talento e l’esperienza dei gialloviola sono tali da rendere ininfluenti questi problemi, al pari delle noie fisiche di Bryant che, con determinazione feroce, risponde a schiene doloranti, caviglie storte e dita fratturate con un canestro decisivo dietro l’altro. I Lakers versione 2010, pur smarrendosi di tanto in tanto, hanno la sua stessa faccia determinata e cattiva; sta agli altri provare a stargli dietro.
I Nuggets hanno accettato la sfida fin da subito, con una partenza lanciata e un Anthony deciso a vincere il titolo di miglior realizzatore. Poi l’entusiasmo si è un po’ spento , Carmelo ha saltato qualche partita qua e là, ma Billups rimane una delle migliori garanzie disponibili per guidare questo gruppo di bad boys fino in California.
Parlavamo, in apertura, di aspettative. Quelle degli Spurs sono state, ad oggi, pesantemente disattese. Niente di catastrofico, ma un record di 27 vinte e 19 perse non rende giustizia all’acquisto di Jefferson, uno dei colpi dell’estate, all’inserimento di utilissime pedine come McDyess e il rookie Dejuan Blair, e allo stato di salute finalmente accettabile di Ginobili, Parker e Duncan. Il caraibico, in particolare, sta disputando una stagione degna dei tempi d’oro; tuttavia manca ancora qualcosa, che sia nella testa o nelle gambe non è dato saperlo, il che rende quello di San Antonio uno dei percorsi più difficili da pronosticare. In genere, di campioni di questo calibro è sempre meglio non fidarsi.
I risultati dei Mavericks, all’opposto, sono andati al di là delle attese. Mark Cuban non aveva apportato modifiche evidenti al roster, esclusa l’aggiunta di un Marion ormai in fase calante, eppure Dallas è riuscita a scacciare l’aria di rassegnazione dello scorso anno per lanciarsi con autorevolezza al più immediato inseguimento dei Lakers, guidata da una delle migliori stagioni di Nowitzki.
La lotta, comunque, è serrata anche tra le grandi. Utah, Portland e Phoenix fanno a spallate da mesi, protagoniste di vicende assai diverse. I Jazz, regolari come sempre, hanno di recente infilato una serie di vittorie recuperando lo slancio del suo duo, Boozer e Williams; i Blazers, colpiti da un’impressionante sequela di infortuni che ha falciato l’ennesima stagione di Greg Oden e li ha costretti a pescare giocatori dalla tribuna ed a proporre quintetti inediti, tengono la posizione con le unghie e con i denti, tanto da far pensare che coach McMillan abbia qualche potere sovrumano; i Suns stanno scivolando verso la bassa classifica, incapaci di reggere i ritmi scoppiettanti che, in un revival del run ‘n gun di D’Antoni, ci avevano fatto divertire nei primi due mesi. Resta comunque uno spettacolo godere di uno Steve Nash guarito dalle noie fisiche e trasudante pallacanestro da ogni poro.
Finora, vecchi nomi e vecchie storie. Ma ci sono dei ragazzi nuovi nel quartiere, e non vanno presi alla leggera. E’ un piacere vedere il gioco dei giovanissimi Thunder, appena al di sotto dell’ottava posizione; Durant, ormai è chiaro, ha il corredo genetico di un MVP, ed i compagni lo seguono con un entusiasmo ed un’abnegazione rare da vedere in questa lega. I Grizzlies sono un’altra piacevole realtà, più solida e meno spettacolare in apparenza, ma capace di risultati sorprendenti. L’esperienza deve maturare, ma la coesione tra i giovani di Memphis è assicurata dal talento di Zach Randolph, al suo primo All Star Game, e pochi si sarebbero aspettati di vederli lottare fin da subito per i Playoff.
Anche gli Hornets sono nel mucchio, ma visto il recente infortunio di Chris Paul non danno l’impressione di poterci rimanere per molto. La stagione era nata comunque sotto una cattiva stella, con l’esonero di coach Byron Scott e l’evidente insoddisfazione del playmaker col numero 3.
Tra le sorprese possiamo annoverare senza dubbio anche i Kings; il loro record non permette sogni di gloria ma è già un grande passo avanti rispetto al disastroso passato recente. Con Tyreke Evans a Sacramento hanno pescato il giocatore forse più forte dell’intero draft, e la guida di coach Westphal ha rinnovato l’ambiente.
Nemmeno i Rockets sono lontani dalla zona Playoff. Il lavoro di Adelman, soggetto a difficoltà e problemi di ogni sorta, è ammirabile e meriterebbe di essere ripagato con una qualificazione; con le stelle della squadra ormai fuori dai giochi, Houston ha trovato forza e umiltà nei vari Landry, Brooks, Scola, Ariza. Anche i Clippers, va detto, stanno iniziando a reagire alla maledizione che li affligge; Blake Griffin, la prima scelta assoluta, non metterà piede sul parquet per questa stagione, però il gruppo di coach Dunleavy non si è arreso alla sfortuna e si è riunito intorno al talento di un ritrovato Baron Davis e al costante rendimento di Chris Kaman, di diritto tra i migliori centri della Lega. I risultati sono comunque poca cosa, ma bisogna capirli.
Raschiando il fondo del barile, saltano su Golden State e Minnesota. I Timberwolves, perlomeno, hanno un progetto fondato su Al Jefferson e sui giovanissimi Flynn e Love, con Corey Brewer che sta pian piano affermando il suo valore. A San Francisco, oltre che ammirare i progressi del rookie Stephen Curry e sbalordire per qualche giocata atletica di Monta Ellis, c’è veramente poco da fare; ora che anche il Capitano Jackson ha abbandonato la nave chiedendo a gran voce di essere scambiato, è tempo di una ricostruzione.






Nessun commento:
Posta un commento