La chiave del successo sta spesso, in qualsiasi campo, nel riuscire ad individuare le tendenze un momento prima che si impongano, comprendere da dove vengono e dove sono diretti i flussi e riflussi di ogni epoca, e infine anticipare le mosse degli altri e cavalcare l’onda. Noi ci occupiamo di pallacanestro, in questa rubrica ci focalizziamo sul basket a stelle e strisce, e possiamo immaginare come il lavoro degli scout e dei dirigenti di ogni franchigia sia orientato verso questo aspetto. Limitarsi ad osservare lo stato delle cose può rivelarsi troppo poco in un gioco che si rinnova velocemente, seguendo più direzioni nello stesso tempo. Se si cerca una visione d’insieme che non perda di vista la situazione attuale, obbligatoriamente gli occhi si posano su quanto di più nuovo ci sia in giro al momento; i giocatori al primo anno, i Rookie, e gli atleti collegiali che si avvicinano al mondo dei professionisti. E rimanendo nel presente, o passato più recente, c’è un dato che spicca su ogni altro; l’affluire nella NBA di una nuova generazione di Point Guard talentuose e di successo, con doti tattiche che talvolta le portano a meritare il titolo, carissimo a noi europei, di playmaker.
Da dove vengono, dunque, e dove vanno questi giovani interpreti di un ruolo così importante nei meccanismi del gioco eppure così controverso ed ambiguo oltreoceano?
Dicevamo, tendenze: tutto parte da e finisce lì. La loro azione combinata ha portato al basket attuale, profondamente mutato in certi suoi aspetti rispetto a come lo ammiravamo 15 anni fa. Spesso il discorso si riduce ad un singolo nome, uno per decennio, che sposta l’asticella un po’ più in alto invitando le nuove leve ad imitarlo, nella convinzione che certi limiti sono ormai superati. E’ il caso di Michael Jordan, non serve neanche dirlo, i numeri 23 sparsi sui parquet di mezzo mondo testimoniano a sufficienza l’ammirazione rivolta alla sua figura. Tra i figli più brillanti di una generazione di guardie atletiche, realizzatrici a tutto campo e grandi agoniste (Kobe Bryant, Vince Carter, Tracy McGrady) ci sono stati anche molti tentativi incompiuti, che forse hanno finito per togliere un po’ il terreno sotto ai piedi dei veri e propri playmaker, meno saltatori e più ragionatori, eredi di quello Stockton che di fronte a Jordan si arrese sempre, seppur con l’onore delle armi.
Gli anni ’90, in realtà, furono anche terreno di scontro tra alcuni centri di grandissimo livello: si può forse affermare che il percorso dei vari Ewing, Olajuwon, Robinson culminò nello strapotere di Shaquille O’Neal, che alla fine del decennio univa la tecnica dei migliori del ruolo a uno standard fisico per il momento inarrivabile. In questo caso però la faccenda andò diversamente, e ci ritroviamo dieci anni dopo con pochissimi centri degni di questo nome, perlopiù grandi atleti ma con mani legnose e piedi incerti. Forse O’Neal aveva lasciato terra bruciata intorno a sé piuttosto che aprire una strada, o più probabilmente, data la delicatezza del ruolo, alla base della crisi sta il minore lavoro tecnico dei giovani lunghi nel mondo collegiale. In un certo senso, però, l’evoluzione si è spostata nel ruolo di ala grande che ha trovato grandissimi interpreti capaci di allargare il gioco dei lunghi ben oltre la linea da 3 punti (Nowitzki e Rasheed Wallace), e di porsi come perno dell’intera squadra sia in difesa che in attacco (Duncan, Garnett).
Ma parlavamo delle guardie, dei piccoli in generale; con un così preciso riferimento alle dimensioni, il discorso non può che spostarsi su Allen Iverson e sul fenomeno che da lui ha preso piede. Apparso in piena era-Jordan, The Answer ha rivoluzionato il gioco come pochi altri prima di lui: nessun giocatore di 1.80m si era mai permesso di attaccare il ferro in quel modo, sfrontatamente, ostinatamente. Parlando di eredità, forse i numeri 3 nell’ultimo decennio sono comparsi con ancora più frequenza del 23. Impossibile tenere un conto degli emuli di Iverson, che, affascinati dal personaggio oltre che dal giocatore, ne incarnavano pienamente la mentalità romantica: il talento è un dono divino e il basket è un fatto di emozioni, inutile perdere tempo in palestra, vai in campo e dai l’anima. Non ce ne voglia l’inarrivabile John, ma è chiaro che la presa di un messaggio del genere su un ragazzino dell’High School non sia nemmeno paragonabile a quella dell’etica di lavoro e dell’abnegazione di Stockton.
Così, tra jordanesche Shooting Guard tuttofare, lunghi atipici e Point Guard coi razzi ai piedi, la pallacanestro si faceva sempre più atletica e disordinata, i coach impostavano la partita quasi esclusivamente sulle mosse della loro stella, e la costruzione del gioco si spostava altrove.
Siccome la storia la fanno i vincitori, basta uno sguardo alle franchigie più di successo nell’ultima decade per mettere a fuoco la situazione. I Lakers, con la loro Triangle Offense, affidano al loro 1 un ruolo tutto sommato di secondo piano, mentre gli Spurs si appoggiano a un regista di 2.13 per sviluppare un gioco semplice e corale, dove Tony Parker ha compiti più prettamente realizzativi. Solo i Pistons, a ben vedere, sono arrivati alla vittoria trascinati da un playmaker orientato al vecchio stile, Chauncey Billups, che non a caso ha dovuto cambiare una città dietro l’altra prima che qualcuno mettesse a frutto le sue capacità.
Tuttavia, le spinte al cambiamento si spengono e si modificano. Quella di Iverson, nonostante la sua esperienza abbia sicuramente cambiato il gioco in maniera imperitura, si sta forse già estinguendo col declino del suo paladino. La ragione è facilmente rintracciabile: la principale differenza tra The Answer e Jordan è che il primo ha vinto un titolo di MVP e una finale di conference, il secondo sei anelli oltre a una vasta sequela di titoli individuali; il fascino ha un’influenza breve rispetto ai fatti, ed intorno alla metà della decade si è tornati a seguire con forza la voce del vincitore.
Da dove vengono, dunque, e dove vanno questi giovani interpreti di un ruolo così importante nei meccanismi del gioco eppure così controverso ed ambiguo oltreoceano?
Dicevamo, tendenze: tutto parte da e finisce lì. La loro azione combinata ha portato al basket attuale, profondamente mutato in certi suoi aspetti rispetto a come lo ammiravamo 15 anni fa. Spesso il discorso si riduce ad un singolo nome, uno per decennio, che sposta l’asticella un po’ più in alto invitando le nuove leve ad imitarlo, nella convinzione che certi limiti sono ormai superati. E’ il caso di Michael Jordan, non serve neanche dirlo, i numeri 23 sparsi sui parquet di mezzo mondo testimoniano a sufficienza l’ammirazione rivolta alla sua figura. Tra i figli più brillanti di una generazione di guardie atletiche, realizzatrici a tutto campo e grandi agoniste (Kobe Bryant, Vince Carter, Tracy McGrady) ci sono stati anche molti tentativi incompiuti, che forse hanno finito per togliere un po’ il terreno sotto ai piedi dei veri e propri playmaker, meno saltatori e più ragionatori, eredi di quello Stockton che di fronte a Jordan si arrese sempre, seppur con l’onore delle armi.
Gli anni ’90, in realtà, furono anche terreno di scontro tra alcuni centri di grandissimo livello: si può forse affermare che il percorso dei vari Ewing, Olajuwon, Robinson culminò nello strapotere di Shaquille O’Neal, che alla fine del decennio univa la tecnica dei migliori del ruolo a uno standard fisico per il momento inarrivabile. In questo caso però la faccenda andò diversamente, e ci ritroviamo dieci anni dopo con pochissimi centri degni di questo nome, perlopiù grandi atleti ma con mani legnose e piedi incerti. Forse O’Neal aveva lasciato terra bruciata intorno a sé piuttosto che aprire una strada, o più probabilmente, data la delicatezza del ruolo, alla base della crisi sta il minore lavoro tecnico dei giovani lunghi nel mondo collegiale. In un certo senso, però, l’evoluzione si è spostata nel ruolo di ala grande che ha trovato grandissimi interpreti capaci di allargare il gioco dei lunghi ben oltre la linea da 3 punti (Nowitzki e Rasheed Wallace), e di porsi come perno dell’intera squadra sia in difesa che in attacco (Duncan, Garnett).
Ma parlavamo delle guardie, dei piccoli in generale; con un così preciso riferimento alle dimensioni, il discorso non può che spostarsi su Allen Iverson e sul fenomeno che da lui ha preso piede. Apparso in piena era-Jordan, The Answer ha rivoluzionato il gioco come pochi altri prima di lui: nessun giocatore di 1.80m si era mai permesso di attaccare il ferro in quel modo, sfrontatamente, ostinatamente. Parlando di eredità, forse i numeri 3 nell’ultimo decennio sono comparsi con ancora più frequenza del 23. Impossibile tenere un conto degli emuli di Iverson, che, affascinati dal personaggio oltre che dal giocatore, ne incarnavano pienamente la mentalità romantica: il talento è un dono divino e il basket è un fatto di emozioni, inutile perdere tempo in palestra, vai in campo e dai l’anima. Non ce ne voglia l’inarrivabile John, ma è chiaro che la presa di un messaggio del genere su un ragazzino dell’High School non sia nemmeno paragonabile a quella dell’etica di lavoro e dell’abnegazione di Stockton.
Così, tra jordanesche Shooting Guard tuttofare, lunghi atipici e Point Guard coi razzi ai piedi, la pallacanestro si faceva sempre più atletica e disordinata, i coach impostavano la partita quasi esclusivamente sulle mosse della loro stella, e la costruzione del gioco si spostava altrove.
Siccome la storia la fanno i vincitori, basta uno sguardo alle franchigie più di successo nell’ultima decade per mettere a fuoco la situazione. I Lakers, con la loro Triangle Offense, affidano al loro 1 un ruolo tutto sommato di secondo piano, mentre gli Spurs si appoggiano a un regista di 2.13 per sviluppare un gioco semplice e corale, dove Tony Parker ha compiti più prettamente realizzativi. Solo i Pistons, a ben vedere, sono arrivati alla vittoria trascinati da un playmaker orientato al vecchio stile, Chauncey Billups, che non a caso ha dovuto cambiare una città dietro l’altra prima che qualcuno mettesse a frutto le sue capacità.
Tuttavia, le spinte al cambiamento si spengono e si modificano. Quella di Iverson, nonostante la sua esperienza abbia sicuramente cambiato il gioco in maniera imperitura, si sta forse già estinguendo col declino del suo paladino. La ragione è facilmente rintracciabile: la principale differenza tra The Answer e Jordan è che il primo ha vinto un titolo di MVP e una finale di conference, il secondo sei anelli oltre a una vasta sequela di titoli individuali; il fascino ha un’influenza breve rispetto ai fatti, ed intorno alla metà della decade si è tornati a seguire con forza la voce del vincitore.
Draft del 2003, nasce la nuova tendenza dominante: LeBron James, Dwayne Wade, Carmelo Anthony, giocano per la squadra e con la squadra, puntano da subito al sodo, e soprattutto i primi due migliorano costantemente nel fisico e nella tecnica, segno di una grande disciplina ed impegno.
Qualche anno dopo sono tornati sulla scena quei playmaker puri di cui sentivamo la mancanza, in versione però evoluta ed aggiornata. Chris Paul e Deron Williams si sono imposti con autorità fin dagli esordi; capaci, soprattutto il primo, di incursioni offensive alla Iverson hanno sviluppato un gioco sempre veloce ed atletico, in linea con la concezione moderna di pallacanestro, ma molto più ragionato, col fermo proposito di far girare il pallone. La comparsa di questi due talenti ad illuminare gli anni più bui del playmaking segue il solco di due fenomeni che in tempi difficili hanno portato avanti il testimone, correndo da soli contro ogni tendenza; servono anche figure come queste. Ci riferiamo a Jason Kidd, che ha condotto i suoi Nets vicini al titolo a suon di triple doppie, e Steve Nash, autentico artista della palla a spicchi, la cui carriera priva di vittorie non rende giustizia alle straordinarie doti di regista.
Arriviamo così agli esempi più recenti, quelli a cui ci riferivamo in apertura. Derrick Rose, guardia scelta col numero 1 da Chicago e proclamata rookie dell’anno nel 2009, attacca il ferro con un atletismo fuori dal comune ma si è dimostrato spesso più incline all’assist che alla conclusione. John Wall, allievo a Kentucky dello stesso John Calipari che ha allenato Rose, sembra assomigliargli molto e si prepara a ripeterne le gesta l’anno prossimo. Russell Westbrook, degli Oklahoma City Thunder, è un po’ meno passatore ma il suo gioco è di ampio respiro. Merita di essere aggiunto al novero anche Rajon Rondo, fresco del suo primo All Star Game e protagonista di una grande crescita negli ultimi anni.
La classe 2010 delle matricole, poi, è stata una vera e propria nidiata di piccole Point Guard. Ricky Rubio, la promessa spagnola, non ha ancora varcato l’oceano ma i suoi colleghi non lo stanno facendo rimpiangere. Jonny Flynn ha preso il suo posto a Minnesota esprimendo prestazioni solide, Stephen Curry nel sistema degli Warriors è ovviamente emerso più come realizzatore ma non in pochi scommettono su una sua evoluzione come regista, Darren Collison sta stupendo tutti sostituendo Chris Paul a New Orleans, Ty Lawson apporta un contributo importante ai Nuggets dalla panchina, Brandon Jennings e Tyreke Evans stanno battagliando per il titolo di rookie dell’anno, con prestazioni esaltanti. E’ evidente anche a colpo d’occhio l’eredità iversoniana nel giocatore dei Bucks, ma Jennings ha dimostrato lungimiranza e maturità evitando lo scontro coi lunghi avversari e specializzandosi nel tiro dalla media-lunga distanza, con un occhio sempre ai compagni. Evans, poi, sembra essere uno di quei giocatori totali, che paiono nati sul parquet per la naturalezza con cui gestiscono il pallone in ogni frangente; non sarà difficile per lui, favorito già come attaccante dall’altezza e dal fisico, migliorare sempre di più anche come regista.
Pare essere proprio questo il nuovo standard per la posizione di Point Guard, che finalmente si è affermato dopo anni nebulosi; giocatori che raccolgono rimbalzi, saltano tranquillamente oltre il ferro, sprintano in contropiede e si inseriscono a tutta forza nelle linee di passaggio, ma sanno che ogni tanto è necessario rallentare e mettere in moto i compagni e cercano di calarsi dei tempi del gioco, dimostrando carattere e doti di leadership. Il basket NBA è diventato più atletico e veloce, il singolo sale in cattedra a sfavore della tattica, spesso fin dal college; la nuova corrente non può opporsi a questa tendenza ma la reinterpreta combinando gli elementi di maggiore successo. Pur con gli equilibri profondamente mutati, in NBA stiamo vedendo un nuovo modo di costruire pallacanestro.
Andrea Cassini






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