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La corsa ai Playoff; Eastern Conference

E’ già passato un mese dall’All Star Break, la pausa per la partita delle stelle, da sempre vero e proprio crocevia della stagione NBA, e un altro mese ci separa dall'inizio dei Playoff fissato per il 18 aprile; gli ultimi conti sono stati fatti, le ultime mosse di mercato, più immaginate che concrete, ci hanno appassionato fino al limite stabilito dalla lega, e poi è iniziata l'ultima fase di regular season, l’ultima ventina di partite. Come dire; signori, le chiacchiere ci hanno divertito ma adesso si fa sul serio.
Eastern Conference: come si presentano le varie franchigie sulla griglia di partenza di questa corsa ai Playoff?
Alcune, sono già ferme ai box, o quantomeno arrancano col motore fumante. Per quanto almeno una dozzina di squadre siano ancora in corsa per l’ottavo posto, numero difficilmente ripetibile, Washington e Toronto hanno già alzato bandiera bianca. I primi stanno faticosamente giungendo alla fine di una stagione iniziata male e proseguita peggio, senza nemmeno troppi stimoli per il futuro, i secondi hanno scoperto un Bargnani capace finalmente di essere protagonista e un Bosh che forse è abituato ad esserlo un po’ troppo; ci sarà da sbucciarsi le mani la prossima estate.
Risalendo troviamo ben 6 squadre racchiuse in un fazzoletto di appena due vittorie di differenza. Indiana ha portato a casa lo scalpo di molte grandi da novembre a oggi; detto questo, i Pacers non sembrano avere le carte in regola per competere seriamente per l’ottava piazza. Un discorso simile vale per i Knicks; la loro è una delle cavalcate più appassionanti di tutto il panorama, vuoi per il fascino del progetto-D’Antoni, vuoi per la soddisfazione di vedere una grande città godere finalmente di un buon basket, vuoi per quel pensiero rivolto sempre e costantemente al 2010 e al signor James. Ma partite come quella di poche sere fa contro i Nets aprono gli occhi: in controllo per tutto il match, poi una serie di palle perse ed errori marchiani ha mandato tutto al vento. Mancano esperienza, cattiveria e fisicità per arrivare alla post-season, a meno di miracoli. I già citati vicini di casa di Garden State, invece, viaggiano con più vento in poppa, iscritti a pieno titolo alla lotta, spalleggiati dai Charlotte Bobcats che, senza fare complimenti, stanno risalendo grazie ai nuovi acquisti e ad una chimica di squadra finalmente degna di tale nome, sorprendendo mezza America e non solo. Milwaukee, triste e grigia, si avvia ad un finale adatto alla sua nomea, dopo essersi difesa strenuamente pur priva di Redd e Bogut; sono in discesa, ma occhio, sono ancora lì. Rimangono i principali candidati a spuntarla, i Bulls, che al termine di una stagione confusa, fatta di infortuni, scambi ed un gioco tutto da trovare, possono contare comunque sulla forza di elementi di grande spessore e sull’entusiasmo di Derrick Rose: se qualcuno ha ancora dubbi su chi sarà la matricola dell’anno, parli ora o taccia per sempre.
Sopra a questo calderone, si respira un po’ meglio. Philadelphia difende senza sudare troppo il settimo posto, sul quale si è assestata nel corso di una stagione così enigmatica che al confronto il sorriso della Gioconda è un rebus per bambini. Con Brand perdono, senza Brand vincono, Iguodala cade e risorge; il supporting cast è sempre lo stesso, ed è questo che impedisce ai Sixers di covare sogni di gloria. Gloria che non manca certo ai Pistons, poveri piuttosto di sogni, in senso lato del termine. Lo spirito dei Bad Boys se n’è andato con Billups, e in attesa di rinascere con Stuckey, e i tifosi della depressissima Motown si sono dovuti accontentare di un paio di salamelecchi iversoniani e poco più. Da metà aprile in poi, ci si può scommettere, faranno comunque la loro figura, ma il trend è chiaro. Miami e Atlanta si contendono invece la quarta piazza, fondamentale per il vantaggio del fattore campo. I primi sono sempre più Wade, i secondi sempre più squadra, sarà un bello sprint che forse ci accompagnerà fino alla fine; Wade, come si può notare, ha cominciato il riscaldamento.
Si può puntare ad occhi chiusi su Orlando alla numero tre, quasi da inizio stagione. Non lontani dalle prime della classe, ma visibilmente non ancora allo stesso livello, i Magic sono concentrati sulla post-season già da tempo, fortemente intenzionati a vendere cara la pelle e inserirsi nella corsa per la finale. Gli ultimi risultati offrono qualche dato utile in questo senso; Cleveland perde al Garden, il quale poi crolla contro Orlando, sconfitta però subito dopo da Detroit. Le regine del ballo orientali non sono così stabili quanto le loro controparti occidentali, complice la minore esperienza; Celtics e Cavaliers giostrano intorno al primo posto scambiandoselo come fosse una patata bollente; se fosse tra noi, il signor La Palisse ci illustrerebbe l’importanza della conquista di tale ambito palio. A Boston mancano un Posey e mezzo PJ Brown, e forse c’è un Marbury di troppo, oltre al peso incombente della più grande delle sfide, ripetersi; a Cleveland, nonostante il gioco spesso scadente e talvolta irritante imbastito dal coach, c’è James, c’è una difesa più forte, c’è un secondo realizzatore. Soprattutto, c’è James. In ogni caso, nonostante l’accesa corsa per l’ottavo posto, i lampi di Wade, il bel gioco di Atlanta e soprattutto Orlando, è chiaro che negli occhi di tutti c’è già il fermo immagine di una nuova gara 7, di nuovo al Garden o forse alla Quicken Loans, vera finale emotiva dello scorso anno, tra quelli in verde e quelli in wine and gold. Specialmente negli occhi di quello con il 23.

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