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La corsa ai Playoff; Western Conference

Western Conference, un mese all'inizio dei playoff che prenderanno il via il 18 aprile, ed anche qui, come sulla costa atlantica, il gioco si fa veramente duro.
La scorsa stagione ci regalò una delle fasi finali più avvincenti degli ultimi anni, con un gruppo di squadre munite di record pressochè identici a darsi battaglia fino alle ultimissime partite, nel nome dell'equivalenza dei valori in campo; poi, come sempre, in aprile si passò a giocare un altro sport e tutte le nobili contendenti caddero contro i propri superiori senza colpo ferire. Quest'anno la situazione di partenza appare simile, anche se leggermente ammorbidita, ma, nell'opinione di chi scrive, i playoff che ci attendono potrebbero essere in realtà più combattuti ed entusiasmanti dell'edizione 2008, e perchè no, con qualche sorpresa.

Ma andiamo con ordine. La conference occidentale presenta come consuetudine un livello medio più alto; al momento con un record del 50% si è fuori dalle prime otto, record che a est consentirebbe di dormire il sonno dei giusti. Ne consegue una lotta che si è ristretta a nove squadre già da tempo; le varie Oklahoma City, Minnesota, Memphis, Clippers, Golden State e Sacramento, mentre tutti si scambiavano regali e Santa Claus visitava gli appartamenti già stavano pensando al prossimo training camp, chiedendo magari in dono al suddetto barbuto personaggio un roster appena più competitivo. Nel buio delle sconfitte, qualche luce brilla. Oklahoma ha riportato alcune vittorie di rilievo e sta dando vita ad un parziale interessante, Memphis può vantare alcuni dei migliori prospetti della lega; ma ci sarà spazio più avanti per parlare di tutto questo.
34 vinte, 31 perse, e troviamo i Phoenix Suns. L'esperimento O'Neal dello scorso anno era interessante, l'idea di Porter per rendere più solida la squadra altrettanto, l'acquisto di Richardson, se non propriamente adatto ad un'impronta più difensiva, era quantomeno stuzzicante. Eppure, già da novembre era chiarissimo che ciò non sarebbe bastato a rendere i Suns competitivi, nonostante giostrassero tra quarta e ottava posizione in scioltezza. L'All-Star Break ha segnato la parola fine di un progetto ambizioso, a tratti bellissimo, ma perdente. Stoudamire che deve andar via ed invece rimane, per poi infortunarsi fino a fine stagione, Nash che è messo in ridicolo da giovanotti di cui non riesce più nemmeno a prendere la targa, la squadra affidata ad Alvin Gentry perchè la faccia correre per regalare almeno un po' di divertimento, col solo risultato di far rimpiangere i tempi di D'antoni. L'ottava posizione non è troppo distante, ma per una squadra abituata a pensare in grande questo conta poco. Il Kerrometro è definitivamente fermo sulla posizione "cretino", si dirà per ridere, ma il fatto è che il tempo passa e le opportunità anche.
Ottava posizione Dallas, terza posizione Houston: una vittoria e mezzo di differenza. La corsa ai playoff per l'ovest è tutta in questa cifra. La griglia attuale, bisogna ammettere, riflette abbastanza chiaramente i valori dimostrati sul campo; tuttavia il margine è troppo ristretto per non aspettarsi che qualcosa, forse tanto, cambi. Dallas, come detto, chiude la fila, ringraziando Phoenix per la gentile concessione e senza permettersi troppi sogni, al termine di una stagione faticosa che, anche qui, parla di addii. I Nuggets sono appena sopra; svanito l'effetto-Billups, tra un capriccio e l'altro di Anthony Denver ha perso la vetta della Northwestern ed è in una evidentissima fase calante, brutte premesse per giocarsi le partite che contano. Portland precede le Pepite di un soffio, mantenendosi stabile intorno a metà griglia, una delle squadre più continue viste quest'anno che si avvia, ottimamente allenata, ad entrare ufficialmente tra le grandi di qui a qualche anno. Altrettanto continui non sono stati gli Hornets, in nessuno dei sensi in cui si può intendere il termine. Gli infortuni hanno avuto, e stanno avendo, la loro parte, i movimenti di mercato resi necessari dalle difficoltà economiche attraversate dal team anche. Risultato: New Orleans sembra aver perso quell'entusiasmo che caratterizzò la straordinaria scalata dello scorso anno, ed i limiti dell'organico emergono con evidenza, pur in una stagione ovviamente positiva rischiarata dalla luce sempre più brillante di Chris Paul; azzardare una previsione sul loro rendimento nella post-season sarebbe più o meno come indovinare il numero esatto dei famigerati fagioli nel vasetto, e come vedremo questo discorso si può estendere ad altri.
Non certo a Utah, si intende; puntuali come orologi svizzeri, i mormoni si presentano all'appuntamento in perfetto orario e col petto gonfio per l'audace rimonta, dopo che fotogrammi di un'infermeria affollata come un lazzaretto del 1348 avevano fatto temere per il peggio. Ormai dai Jazz sappiamo cosa aspettarci, e cosa no; vedremo se quest'anno saranno aiutati dallo slancio.
Dai Rockets, invece, possiamo aspettarci un numero di cose tendenti all'infinito. Durante la magica striscia di 22 successi consecutivi dello scorso anno, non so quanti avrebbero immaginato che un giorno, senza McGrady, con un tale Von Wafer nel ruolo di acchiappapunti e con le chiavi della squadra in mano ad Aaron Brooks, Houston sarebbe risalita giocando alla grande. Eppure è così, e teniamo a mente che stiamo parlando di una delle franchigie meglio allenate, di una delle migliori difese, e di uno dei due unici centri in grado di fare la differenza; avevano solo bisogno di arrivare con stabilità e fiducia ai playoff e quest'anno che sembrano possederle, passato il primo turno può succedere di tutto.
Gli Spurs non navigano in acque esattamente tranquille, con appena due gare di vantaggio sui Rockets, ma al momento la loro seconda posizione sembra solida, dopo un avvio falcidiato dagli infortuni ed ancora in attesa di Ginobili. Più sopra, lontani nell'apeiron, ecco i Lakers impegnati più che altro in una lotta a distanza con Cavaliers e Boston alla ricerca del miglior record assoluto.
Tutti, o quasi, vorremmo qualche sorpresa, ma è chiaro che, avvicinandosi ai blocchi di partenza, le favorite restano le solite due. Lo scontro diretto di qualche giorno fa, il 12 marzo, ha mostrato quali potranno essere i temi portanti di un eventuale duello; i Lakers, mettendo a frutto i loro miglioramenti difensivi, hanno chiuso su Parker e Duncan realizzando un parziale fulmineo che gli ha permesso di vivere di rendita per tutta la partita. La rimonta degli Spurs ha fatto capo alla panchina ben più ricca e solida, e mentre dall'altra parte Farmar e Vujacic faticavano a lasciare il segno, come accade da novembre, la difesa perimetrale è collassata permettendo a Parker di metterne 10 nel solo terzo parziale, mentre Finley (non a caso season high di 25) e Mason beneficiavano degli spazi concessi dalle scelte di Coach Zen. I Lakers hanno comunque vinto, perchè avevano Bryant, perchè avevano Gasol, perchè la difesa nel pitturato ha retto benissimo; ma l'idea di un Ginobili abile e arruolato e di un Gooden inserito nelle rotazioni dovrebbe bastare per sperare che, anche senza sorprese, lo spettacolo possa valere il prezzo del biglietto.

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