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NBA Rookie Report - Dicembre 2009


La stagione NBA è entrata nel suo vivo, dopo un mese di azione; tra una sequenza impressionante di infortuni e piccole e grandi sorprese, è ancora troppo presto per formulare delle valutazioni. C’è un settore, però, sul quale non siamo in anticipo per spendere qualche parola; sto parlando dei rookie, tenuti sotto stretta osservazione e già entrati nelle considerazioni, talvolta anche nel cuore, di tutti noi appassionati.
La classe ’09 delle matricole, cominciamo col dire questo, ha già smentito molte delle attese sulla sua presunta mediocrità. In molti l’anno scorso, durante le fasi finali del torneo NCAA e poi nel periodo della Draft Lottery, tiravano in ballo la mancanza di lunghi di livello e sospettavano che nessuna delle molte PG si sarebbe rivelata all’altezza della situazione. I confronti con la classe dell’anno precedente, illuminata da Lopez, Mayo e soprattutto Rose, già si sprecavano. Insomma, tutte le speranze si concentravano sulla prima scelta conclamata, Blake Griffin, finito ai Clippers; ironia della sorte, proprio quel Blake Griffin che, fermato da un infortunio, ad oggi non ha ancora giocato un minuto di basket professionistico.
I suoi compagni d’avventura non si sono premurati di aspettarlo; andiamo a vedere chi e come si è messo in mostra in questo primo mese, quali sono le conferme e quali le sorprese.



Brandon Jennings, Milwaukee Bucks, 21.4 PPG, 5.6 APG

Se c’è un legittimo candidato al trofeo di matricola dell’anno, questo è proprio lo smilzo playmaker accasatosi nel Wisconsin come decima scelta assoluta, dopo un anno di luci (poche) e ombre (molte) passato nel purgatorio di Roma.
Le cifre, non serve neanche dirlo, sono più che convincenti, con quei 55 punti (sì, 55) messi a referto contro Golden State sottolineati in rosso. Quel che è più importante, poi, è che i semi-disastrati Bucks vincono e convincono, privi di Redd e guidati dalla loro stellina.
Manca ancora un po’ di continuità, e visto il suo fisico sottile subisce un po’ le difese più arcigne, ma pochi si sarebbero aspettati un’affermazione così perentoria da Jennings.



Tyreke Evans, Sacramento Kings, 19.9 PPG, 5 RPG, 4.9 APG

Ultimamente, a suon di prestazioni solide una dietro l’altra, la PG da Memphis sta recuperando terreno rispetto al suo collega dei Bucks. Giocatore grande e forte per il suo ruolo (1.98 m), non ha faticato ad imporre i suoi ritmi ed a segnare con continuità, nonostante un tiro dall’estetica rivedibile. Quel che colpisce, anche nel suo caso, è la maturità con cui sta guidando i Kings, privi di Martin, ad un record più che positivo considerando lo sfacelo dello scorso anno.
Con queste doti fisiche unite alla tecnica, Evans si candida a divenire un vero all-around player nel giro di poco tempo; quelli che inarcarono le sopracciglia quando i Kings scelsero lui come numero 4, rifiutando un Ricky Rubio che stava già cercando casa in California, si stanno ricredendo.



James Harden, Oklahoma City Thunder, 9.7 PPG


La guardia da Arizona State sta giocando un ruolo minore nella strepitosa ascesa dei Thunder, ma il suo valore non è sfuggito agli occhi dei più attenti. Pur con un inizio stentato e con un minutaggio limitato, Harden ha mostrato ottime cose; il suo futuro resta ancora nebuloso, finito il periodo di adattamento ne sapremo di più.



Jonny Flynn, Minnesota Timberwolves, 13.9 PPG, 3.9 APG

I Wolves non vincono neanche per errore, e il piccolo playmaker da Syracuse sta pagando la cattiva situazione della sua squadra. Non si è ancora prodotto in prestazioni scintillanti né ha dimostrato particolare forza d’animo nel guidare i compagni attraverso le difficoltà; è tuttavia apparso maturo e consapevole dei suoi mezzi, sufficientemente continuo e concreto nelle statistiche, con un carattere forte e sfrontato che gli sarà utile in tutta la sua carriera.



Stephen Curry, 10.9 PPG

Era uno dei giocatori più attesi di questo draft, per gli straordinari highlights che lo vedevano protagonista a Davidson, mentre portava la sua piccola Università a sfidare le grandi conducendo l’attacco da solo.
Finito a Golden State, ha trovato un bel po’ di minuti a disposizione ma, com’è nella tradizione del più recente Don Nelson, poca continuità nell’utilizzo. Lo stile di gioco frenetico dei Warriors gli permette di mostrare solo le sue doti, già ben conosciute, di eccellente tiratore, senza distinguersi molto dalla pattuglia di guardie che corrono su e giù per il parquet della Oracle Arena. Il talento, comunque c’è; attendiamo con ansia che esploda.


Per il resto delle scelte alte della lotteria, la situazione è più altalenante. Hasheem Thabeet, centrone dei Grizzlies, è chiuso dal solido operato di Marc Gasol e, fatta eccezione per qualche stoppatona prontamente comparsa nelle top plays, ha mostrato pochissimo del suo potenziale. Discorso simile per Jordan Hill, parcheggiato nella panchina dei Knicks, Earl Clark di Phoenix, Gerald Henderson a Charlotte e Tyler Hansbrough, che ha da poco esordito con i Pacers dopo che un infortunio l’aveva fermato.
Terrence Williams, guardia da Louisville, è uno dei pochi Nets ad essere rimasto sano ed ha potuto approfittare di molti minuti di gioco; nel disastro generale non ha fatto brutte figure, c’è molto atletismo ma manca un po’ di testa.
Demar Derozan, decima scelta dei Raptors, è un’altra nota lieta; promosso addirittura in quintetto, gioca pochi minuti fatti di solidità, ordine e atletismo, inserendosi bene negli spazi e difendendo con impegno.

Scendendo nella lista si rischia di scendere anche nell’interesse, tra situazioni ancora anonime (Daye, Johnson, Ellington) e veri e propri flop (BJ Mullens). In realtà, è proprio nei meandri dimenticati del draft che si nascondono le sorprese più succose, i furti più clamorosi.

Ty Lawson, playmaker in formato tascabile da North Carolina, sta sfruttando al massimo i suoi minuti a Denver. Molti, il sottoscritto in primis, non avrebbero scommesso su di lui nemmeno un soldo bucato.

Omri Casspi, primo israeliano a calcare i parquet dell’NBA, sta partecipando con intensità e consistenza al Rinascimento dei Kings: coach Westphal lo premia con minuti e responsabilità, lui risponde presente.

Rodrigue Beaubois, dalla Francia fino a Dallas; le sue doti erano conosciute ma pochi immaginavano che il cecchino, nonché eccellente saltatore, avrebbe trovato una manciata di minuti fin da subito.

Taj Gibson, da USC: non particolarmente atletico, non particolarmente alto, non particolarmente tecnico. Insomma, un 4 da impacchettare con cura e spedire in Europa per trovare un ambiente più adatto a lui. Niente affatto, i Bulls lo hanno scelto e, quando hanno avuto bisogno di lui causa infortuni, Gibson ha giocato le sue carte alla grande, conquistandosi un ruolo nelle rotazioni.

DeJuan Blair: scelto dai lungimiranti Spurs nelle profondità del secondo giro, si sta facendo un nome a suon di rimbalzi e punti tirati su in manciate di minuti. I dubbi sulla sua altezza non appropriata al ruolo e sul rischio di infortuni finora si stanno tutti risolvendo in negativo.

Jonas Jerebko: che ci fa uno svedese che arriva a Detroit per giocare a basket passando per Biella? Non è l’inizio di una barzelletta, ma per l’ala dei Pistons c’è comunque da ridere, anzi da sorridere. L’assenza di Prince gli ha concesso minuti di gioco importanti, sfruttati con una maturità e un’intensità fuori dal comune.

Chase Budinger: per lungo tempo il nome del riccioluto tiratore da Arizona era stato associato a scelte più alte, per poi finire a metà del secondo giro. I Rockets hanno dimostrato di credere in lui dandogli da subito qualche minuto, e Chase non sta affatto sfigurando.

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