
I San Antonio Spurs hanno veramente sette vite come i gatti. Da anni c’è chi li chiama vecchi, stanchi, acciaccati, svogliati. Poi si arriva ad un ottobre 2009 che li vede presentarsi ai ranghi di partenza con un Jefferson in più e tutte le stelle a posto fisicamente; è fatta, dicevano gli stessi critici citati in precedenza, prima di assistere a una stagione spenta che li ha portati a qualificarsi per un pelo ai Playoff, con la posizione numero 7.
Un paio di settimane dopo, siamo qui a considerarli come seri candidati al titolo. Colpa delle conclusioni affrettate in cui spesso cadiamo e merito di una serie estremamente convincente contro i Mavericks.
Un paio di settimane dopo, siamo qui a considerarli come seri candidati al titolo. Colpa delle conclusioni affrettate in cui spesso cadiamo e merito di una serie estremamente convincente contro i Mavericks.
4-2, con una sequenza di vittorie nette, e Dallas torna a casa dove si ritroverà a fare i conti con un Nowitzki mugugnante e intenzionato come mai prima d’ora a vagliare altre opportunità per il suo futuro. Una bella grana, considerato che la franchigia di Mark Cuban arrivava all’appuntamento con gli storici rivali in forte rincorsa, probabilmente la più in forma dalla pausa di metà febbraio in poi. Proprio a causa dei forti cambiamenti subiti dalla squadra in quel periodo, gli innesti cruciali di Haywood e soprattutto Butler, era difficile per noi esterni valutare con precisione le loro possibilità; probabilmente lo stesso problema ha toccato la mente di coach Carlisle quando si è trovato la strada sbarrata e nessuna via d’uscita apparente. I Mavs, semplicemente, non hanno reagito. Convincenti a pieno solo nel primo match in casa, trascinati da un Nowitzki praticamente perfetto dal campo, hanno continuato ad appoggiarsi sulle sue percentuali al tiro e poco altro. Se c’era qualche legittimo dubbio sulla tenuta difensiva di una squadra improntata alla corsa e al gioco offensivo, ha sorpreso la sterilità di un attacco che doveva far faville. Con Terry assente ingiustificato tutto il peso degli esterni stava su Butler, impossibile per lui gestirlo nonostante la gestione lucida, seppur non scintillante come in certi sprazzi di stagione regolare, di Jason Kidd – forse all’ultima concreta occasione per vincere nella sua onorevole carriera. In gara 6, sull’orlo della disperazione, l’ex allenatore dei Pacers raschia il fondo del barile e trova un Beaubois molto più in palla dei colleghi, che quasi da solo guida la rimonta. Troppo poco, troppo tardi; come se non bastasse, nella confusione generale si dimentica il francesino in panchina per tutto il quarto conclusivo lasciando Terry sul parquet libero di sparare a salve.
Cruciale la vittoria dei nero-argento in territorio nemico in gara 2. La serie si è accesa, anche dal punto di vista fisico (chiedere al setto nasale di Ginobili per conferma) e Dallas ha perso sicurezza scivolando in un atteggiamento rissoso da cui nulla poteva guadagnare. In casa San Antonio ha potuto contare su di un uomo in più - inaspettato, ma neanche troppo, il suo contributo: George Hill, guardia al secondo anno dallo sperduto college di IUPUI, che parte in quintetto raggiunto spesso da Parker direttamente dalla panchina e spinge i suoi alla vittoria con prestazioni da 20 e più punti e con una mentalità da vero vincente, quella che va tanto d’accordo con coach Popovich. Dejuan Blair, l’altra rivelazione dell’annata, vuole fare e strafare ma si rende utile a suo modo. McDyess è solido e regolare, Parker non brilla ma accetta con onestà il ruolo di sesto uomo e sembra a posto fisicamente, Duncan e Ginobili, ringiovaniti ed ispirati, spadroneggiano sul parquet; gli Spurs in casa non falliscono, si concedono un turno di riposo in gara 5 per poi dominare gara 6, sedando il confuso tentativo di rimonta degli avversari. Gli 8 punti concessi nel primo quarto sono l’emblema di una difesa che sembra tornare a funzionare come ai tempi d’oro. Hill fa il suo e lo stesso vale per Jefferson, nessuno dei due eguaglia l’apporto insostituibile di un Bowen, ma la difesa si appoggia sull’accoppiata Duncan – McDyess sotto canestro, straordinariamente efficace. E se Dampier riesce a far penare Duncan, Carlisle non ha risposte per gli esterni avversari. Hill, Parker e Ginobili, con quest’ultimo che si riscopre playmaker nel momento di maggior bisogno, hanno una marcia in più rispetto a Kidd e Terry; nemmeno Marion, in vistoso calo fisico e mentale, riesce a metterci una pezza. Jefferson approfitta degli spazi che i suoi compagni creano e diventa, finalmente, un fattore.
La superiorità degli Spurs, beninteso, è stata netta ma non schiacciante. Non poteva essere altrimenti, viste le individualità di tutto rilievo di cui dispongono i Mavericks. Una serie avvincente ed esaltante, con momenti degni di una rivalità storica quale è diventata quella tra le due franchigie texane, che quest’anno sembra quasi porsi come spartiacque per il destino futuro di entrambe, rilanciando gli Spurs verso i piani più alti della Lega.
Andrea Cassini
Cruciale la vittoria dei nero-argento in territorio nemico in gara 2. La serie si è accesa, anche dal punto di vista fisico (chiedere al setto nasale di Ginobili per conferma) e Dallas ha perso sicurezza scivolando in un atteggiamento rissoso da cui nulla poteva guadagnare. In casa San Antonio ha potuto contare su di un uomo in più - inaspettato, ma neanche troppo, il suo contributo: George Hill, guardia al secondo anno dallo sperduto college di IUPUI, che parte in quintetto raggiunto spesso da Parker direttamente dalla panchina e spinge i suoi alla vittoria con prestazioni da 20 e più punti e con una mentalità da vero vincente, quella che va tanto d’accordo con coach Popovich. Dejuan Blair, l’altra rivelazione dell’annata, vuole fare e strafare ma si rende utile a suo modo. McDyess è solido e regolare, Parker non brilla ma accetta con onestà il ruolo di sesto uomo e sembra a posto fisicamente, Duncan e Ginobili, ringiovaniti ed ispirati, spadroneggiano sul parquet; gli Spurs in casa non falliscono, si concedono un turno di riposo in gara 5 per poi dominare gara 6, sedando il confuso tentativo di rimonta degli avversari. Gli 8 punti concessi nel primo quarto sono l’emblema di una difesa che sembra tornare a funzionare come ai tempi d’oro. Hill fa il suo e lo stesso vale per Jefferson, nessuno dei due eguaglia l’apporto insostituibile di un Bowen, ma la difesa si appoggia sull’accoppiata Duncan – McDyess sotto canestro, straordinariamente efficace. E se Dampier riesce a far penare Duncan, Carlisle non ha risposte per gli esterni avversari. Hill, Parker e Ginobili, con quest’ultimo che si riscopre playmaker nel momento di maggior bisogno, hanno una marcia in più rispetto a Kidd e Terry; nemmeno Marion, in vistoso calo fisico e mentale, riesce a metterci una pezza. Jefferson approfitta degli spazi che i suoi compagni creano e diventa, finalmente, un fattore.
La superiorità degli Spurs, beninteso, è stata netta ma non schiacciante. Non poteva essere altrimenti, viste le individualità di tutto rilievo di cui dispongono i Mavericks. Una serie avvincente ed esaltante, con momenti degni di una rivalità storica quale è diventata quella tra le due franchigie texane, che quest’anno sembra quasi porsi come spartiacque per il destino futuro di entrambe, rilanciando gli Spurs verso i piani più alti della Lega.
Andrea Cassini






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